Il peso
invisibile delle accise
Quando si
parla di transizione energetica in Italia, il dibattito pubblico tende a
concentrarsi su fattori tecnici, ambientali o culturali: la lentezza delle
autorizzazioni, le resistenze locali agli impianti rinnovabili, i costi
iniziali delle tecnologie verdi, la dipendenza storica dalle fonti fossili.
Tutti elementi reali, certo. Ma ce n’è uno, meno discusso e decisamente più
scomodo, che agisce come un freno silenzioso ma potentissimo: il ruolo fiscale
dei carburanti.
In altre
parole, lo Stato italiano ha costruito negli anni una dipendenza strutturale
dalle entrate derivanti da accise e IVA sui carburanti. Una dipendenza tale da
rendere la transizione energetica non solo una sfida tecnologica o ambientale,
ma soprattutto un problema di bilancio pubblico.
Il carburante come pilastro fiscale
Per
comprendere il nodo, bisogna partire da un dato semplice: ogni litro di benzina
o gasolio venduto in Italia contiene una componente fiscale enorme. Tra accise
e IVA, il peso delle imposte può arrivare a superare il 50% del prezzo finale
pagato dal consumatore.
Le accise,
in particolare, rappresentano una voce stabile e prevedibile di entrata per lo
Stato. A differenza di altre imposte più volatili, legate all’andamento
economico o ai redditi, i consumi di carburante sono stati per decenni
relativamente costanti. Questo ha reso le accise una sorta di “rendita fiscale
sicura”.
Nel
complesso, tra accise e IVA sui carburanti, si arriva a cifre che incidono in
modo significativo sul totale delle entrate statali: una quota che si avvicina
al 10% del bilancio pubblico. Non è un dettaglio. È un pilastro.
Un incentivo perverso
Qui emerge
il paradosso: più carburante si consuma, più lo Stato incassa. Di conseguenza,
ridurre drasticamente il consumo di carburanti fossili — obiettivo dichiarato
della transizione energetica — significa anche ridurre una fonte importante di
entrate.
Questo crea
un evidente conflitto di interessi strutturale. Da un lato, lo Stato si
impegna, almeno formalmente, a favorire la decarbonizzazione,
l’elettrificazione dei trasporti e l’uso di energie rinnovabili. Dall’altro,
però, ogni passo concreto in quella direzione comporta un buco nei conti
pubblici.
È un
incentivo perverso, perché spinge a rallentare, diluire, rimandare.
La politica e il breve termine
I governi
che si sono succeduti negli ultimi decenni — indipendentemente dal colore
politico — si sono trovati di fronte allo stesso dilemma: come sostituire
decine di miliardi di euro di entrate derivanti dai carburanti?
La risposta,
nella maggior parte dei casi, è stata: non sostituirli, almeno non subito.
La politica,
per sua natura, ragiona spesso su orizzonti di breve periodo: una legislatura,
due al massimo. La transizione energetica, invece, è un processo lungo, che
richiede investimenti iniziali elevati e produce benefici economici solo nel
medio-lungo termine. Nel frattempo, però, i conti pubblici devono tornare ogni
anno.
Tagliare una
fonte di entrata senza avere un’alternativa immediata è un rischio che pochi
governi sono disposti a correre.
La difficoltà di trovare alternative
Sostituire
le entrate da accise non è semplice. Le opzioni teoriche esistono, ma tutte
presentano problemi.
Una
possibilità sarebbe aumentare altre imposte: sul reddito, sui consumi, sul
patrimonio. Ma si tratta di scelte politicamente costose, spesso impopolari, e
difficili da giustificare agli elettori.
Un’altra
strada potrebbe essere quella di introdurre nuove forme di tassazione legate
alla mobilità elettrica: ad esempio, tasse sull’energia utilizzata per la
ricarica dei veicoli o sistemi di pedaggio basati sui chilometri percorsi.
Tuttavia, queste soluzioni sono ancora poco sviluppate e, soprattutto,
rischiano di rallentare proprio la diffusione delle tecnologie che si
vorrebbero incentivare.
C’è poi il
tema della lotta all’evasione fiscale, spesso evocata come soluzione
universale. Ma anche qui, al di là degli slogan, i risultati concreti
richiedono tempo e non offrono garanzie immediate.
Il risultato: una transizione a metà
Il risultato
di questa situazione è sotto gli occhi di tutti: l’Italia ha avviato la
transizione energetica, ma lo ha fatto in modo lento, frammentario e spesso
contraddittorio.
Da un lato,
si incentivano le auto elettriche con bonus e agevolazioni. Dall’altro, si
mantengono intatte le accise sui carburanti, che continuano a rappresentare una
fonte cruciale di entrate.
Si
promuovono le energie rinnovabili, ma si rallenta l’installazione degli
impianti con procedure burocratiche complesse e tempi lunghissimi.
Si parla di
sostenibilità, ma si continua a dipendere fiscalmente da un modello basato sul
consumo di combustibili fossili.
È una sorta
di doppio binario: dichiarazioni ambiziose e azioni prudenti.
La paura del “vuoto fiscale”
Il vero
nodo, in fondo, è la paura del vuoto. Il timore che, accelerando troppo la
transizione, si apra un buco nei conti pubblici difficile da colmare.
Questa paura
non è infondata. Un crollo rapido dei consumi di carburante comporterebbe una
riduzione significativa delle entrate fiscali, con effetti immediati su spesa
pubblica, servizi e investimenti.
Ma è anche
una paura che rischia di trasformarsi in immobilismo.
Perché
rimandare continuamente il problema non lo risolve: lo ingrandisce. Più si
aspetta, più la transizione diventa urgente e meno tempo si ha per gestirne gli
effetti fiscali.
Una questione di visione
In altri
Paesi europei, la transizione energetica è stata affrontata anche come
un’occasione per ripensare il sistema fiscale. Si è iniziato a ragionare su
come spostare il peso delle imposte: meno sulle fonti fossili (destinate a
scomparire) e più su altre basi imponibili.
In Italia,
questo passaggio è stato più timido. Spesso si è preferito intervenire con
misure temporanee, bonus, incentivi, senza affrontare il nodo strutturale.
Serve invece
una visione di lungo periodo. Una strategia chiara su come sostituire
progressivamente le entrate da accise, senza creare shock nei conti pubblici.
Possibili vie d’uscita
Le soluzioni
non sono semplici, ma esistono.
Una strada
potrebbe essere quella di introdurre gradualmente nuove forme di tassazione
sulla mobilità, indipendenti dal tipo di carburante: ad esempio, sistemi basati
sull’uso effettivo delle infrastrutture (chilometri percorsi, congestione,
impatto ambientale).
Un’altra
possibilità è quella di rafforzare la fiscalità ambientale in senso più ampio,
tassando non solo i carburanti, ma anche altre attività ad alto impatto.
Si potrebbe
inoltre lavorare su una revisione complessiva della spesa pubblica,
individuando margini di efficienza per compensare la riduzione delle entrate.
Infine, c’è
il tema della crescita economica: una transizione energetica ben gestita può
generare nuovi settori, occupazione e quindi nuove entrate fiscali. Ma questo
richiede investimenti, programmazione e, soprattutto, tempo.
Il rischio di restare indietro
Continuare a
rimandare la transizione energetica per paura di perdere entrate fiscali è una
strategia miope. Il rischio è quello di restare indietro rispetto ad altri
Paesi, perdendo competitività e opportunità di sviluppo.
Il mondo sta
cambiando, con o senza l’Italia. Le tecnologie evolvono, i mercati si
trasformano, le politiche europee spingono verso la decarbonizzazione.
Restare
ancorati a un modello fiscale basato sui carburanti fossili significa legarsi a
un passato destinato a scomparire.
Conclusione
La mancata o
rallentata transizione energetica in Italia non può essere spiegata con un solo
fattore. Ma ignorare il ruolo delle accise e dell’IVA sui carburanti significa
trascurare uno degli elementi più importanti.
Finché lo
Stato continuerà a dipendere in modo significativo da queste entrate, ogni
passo verso la riduzione dei consumi fossili sarà accompagnato da resistenze,
esitazioni, compromessi.
La vera
sfida, quindi, non è solo energetica o ambientale. È fiscale …..e in ultima
analisi, politica.
Vogliamo
davvero che sia la politica a occuparsi di questo?
Le idee e i concetti di questo articolo sono miei. ChatGPT mi ha aiutato nella ricerca dei dati, nella stesura e con la grafica.
Claudio
Crovi
8/5/26





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